Prof. SILVIO RAPONI - Lavori in Legno: min. 12,41

INTAGLIO SU LEGNO IN RILIEVO - SCULTURA IN VOLTO 

Biografia – Silvio Raponi

Silvio Raponi è nato a Monte San Giovanni Campano il 5 maggio 1951 ed ivi risiede.
Nel 1977 si è diplomato al Liceo Artistico e all’Accademia delle Belle Arti di Frosinone (corso scultura).
I suoi primi lavori hanno riscosso subito un largo margine di successo che gli ha consentito, tra l’altro di essere presente, giovanissimo, in alcune importanti rassegne d’arte in varie città d’Italia.
La sua scultura si articola in sdecchi rapporti di piani che, senza indulgere all’eleganza formale, ricercano tuttavia una fluidità che bene si accorda con un temperamento decisamente istintivo”.
Si evidenzia molto chiaramente il lui il bisogno intimo, interessato, all’asprezza di una terra, alla dureza dei volti di una gente, che si porta dentro una storia duramente provata.”
Adolfo Loreti
“L’opera di Raponi mi pare, per quanto attiene al clima nel quale egli lavora, molto prossima all’opera di Floriano Bodini, che è in scultura ciò che Guerrreschi è stato, nel clima milanese degli anni sessanta, in pittura e in grafica. Alla stessa maniera del Bodini e del Guereschi, mi sembra che Silvio Raponi riesca a proiettare le implicazioni sociali e religiose, delle quali è portatore attivo, in un verismo simbolista attuato attraverso la caratteristica distintiva di una stilizzazione sempre più accentuata, quando non anche immersa in un surrealismo avant la lettre, e rappresentata attraverso la padronanza tecnica di un artigianato arricchito dalla grazia delle conoscenza del mezzo.
Nelle sculture di Raponi il tema nel quale si incentra il linguaggio e l’attitudine alla realtà, è l’uomo e la sua umana condizione.
La sua visione del problema è descritta con sufficiente ambiguità e con accattivante ironia. Essa si è venuta man mano sviluppando attraverso un risentimento permeato di protesta e di pietà, di conoscenza e di rivolta.
La rappresentazione nelle figure di uomini, di donne e di animali, talora in stretto nesso o in simbiosi con la figura umana, è condotta sino all’esasperazione da una profonda escavazione, sovente dilaniata; da una prigionia e da una negazione di libertà simbolicamente espresse attraverso il ‘contenente’ (il legno dal quale le figure non riescono a liberarsi per emergere completamente). La sua è una concezione drammatica e risentita di fronte all’alienazione dell’esistenza e della società.
In tale atmosfera drammatica sovente lo scultore si lascia prendere la mano dall’istinto primordiale (la mano che è uno strumento come un altro, da intendersi nelle dimensioni sue proprie come mezzo d’invenzione e di ricerca), sicchè non raramente gli diventa difficile chiarirsi sempre di più nella struttura precisa dei limiti che si era imposto.
Raponi, attraverso la concreta attuazione delle proprie simbologie, propone l’urgenza di un linguaggio affinchè l’immagine diventi la diretta portatrice di un messaggio, primo fra tutti, quello dell’aspirazione dell’uomo all’elevazione dalla materia amorfa che lo tiene in prigione, quasi inchiodato al piedistallo dal quale la massa informe, mutata in corpo vivente ed animato, tenta di elevarsi (si vedano alcune sculture filiformi, che potrebbero interpretarsi in tal senso, se l’opera d’arte non fosse, e non rimanesse e per sempre, soggetta ad ogni sorta di interpretazione, tutte oscuramente ‘soggettive’, forse).
Ma ciò che colpisce in Raponi, oltre la rappresentazione visionaria e ‘selvaggia’ (ai confini del naif, è la tristezza che alita e si diffonde in tutte le sue figure. Una tristezza che confina con la solitudine e che sconfina nell’abbandono”.
Pino Amatiello